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Il primo giorno in Uni

Me lo ricordo bene il mio primo giorno. Venivo in facoltà per il test di ammissione.

Mi ricordo bene. Era settembre. Cielo grigiastro e atmosfera caldiccia. Una classica giornata umida di fine estate, tipica della zona dove vivo.

Addosso jeans, giacchina in eco pelle e sneakers. Dietro di me una coda di cavallo che non voleva stare in alcun modo. Era decisamente intenzionata a scendere, per dare modo ai ciuffetti più corti e ribelli di sciogliersi dalla presa e andare un po’ di qua e un po’ di là.

I miei capelli riflettevano il mio stato d’animo: anch’io non ci volevo stare là, in autobus, schiacciata come una sardina, in una nuvola di calore umano. I miei pensieri seguivano i ciuffetti, muovendosi alla rinfusa.

Non sapevo cosa aspettarmi. Avevo deciso di iscrivermi alla facoltà di Ingegneria, con non pochi dubbi. Il test sarebbe servito solo a valutare la preparazione di base nelle materie principali d’indirizzo. La facoltà infatti era a numero aperto. Questo perché la selezione sarebbe arrivata col tempo…mi dicevano.

Come primo pensiero mi chiedevo da che parte della selezione sarei finita io. Venivo da un liceo linguistico, con una pessima esperienza in matematica e qualche nozione elementare di fisica, per il resto buio. Non sapevo cosa avrei voluto fare da grande. Avevo la testa piena di frasi come “guarda che sarà difficile” e “l’importante è sbiennare”, ma non avevo idea di cosa significasse tutto questo realmente.

Davanti all’aula c’era una marea di gente e c’era caldo. Questa sensazione l’ho ritrovata poi in altri momenti: lo stesso caos e lo stesso calore, un po’ opprimenti.

Il test è andato secondo le attese: la gran parte dei quesiti lasciati in bianco, che significa “non so rispondere”. Sempre meglio di una risposta sbagliata che ti toglie punti! Il risultato migliore è arrivato in inglese. Peccato che con l’inglese non potessi risolverci le equazioni!

L’esito è stato “debito in matematica”. Un po’ strano per me che a scuola ci tenevo tanto a fare bene e fino a quel momento non avevo avuto alcun problema.

Nel ritorno verso la stazione ho preferito camminare. Mi ricordo di aver sentito improvvisamente il suono di un clacson. Al volante tutti e trentadue i denti di un amico del mio ragazzo, più grande di me, che mi salutava con la mano. Mi ricordo di aver pensato che probabilmente lui avrebbe dovuto essere verso la fine…verso la laurea. Beato lui! Era la prima di una lista molto fitta di volte in cui pronunciavo quelle parole.

Ho iniziato così il corso propedeutico di matematica di base per colmare le mie lacune e sanare il debito.

Adesso che mi guardo allo specchio, nell’atto di sciogliere i capelli, mi accorgo che dopotutto la coda non mi sta così male, anche se i ciuffi continuano a schizzare via, insieme ai pensieri. Anche se oggi mi sento più forte, capita ancora di doverli riacchiappare al volo qualche volta.

Un abbraccio,

Valeria

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